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Linee guida per trattamento LGBT

Linee Guida per il lavoro psicologico con persone omosessuali: questioni etiche e deontologiche.

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Premessa

Fino agli inizi del’900 è stato prevalente il paradigma di identificazione dell’omosessualità con una patologia psichiatrica: sulla base di tale modello, le persone omosessuali venivano considerate degli “invertiti”. Per lungo tempo, l’atteggiamento socio-culturale eterosessista e la conseguente discriminazione nei confronti delle persone omosessuali hanno contribuito a radicalizzare le convinzioni di medici e psichiatri, alimentandosi vicendevolmente. In seguito ai mutati scenari socio-culturali, ricerche realizzate negli Stati Uniti intorno agli anni ’50, ’70 e ’80 (tra le prime troviamo: Kinsey et al., 1948; Kinsey et al., 1953; Hooker, 1957) hanno contributo ad apportare un’iniziale modifica a tali convinzioni: l’omosessualità ha cominciato ad essere interpretata come una realtà molto più complessa di quanto prima si fosse immaginato. Tali ricerche, che hanno messo a confronto persone omosessuali e persone eterosessuali, hanno permesso di scartare l’ipotesi che l’omosessualità fosse di per sé un disturbo mentale tanto che nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) inserisce una modifica sostanziale nel Manuale Diagnostico e Statistico delle malattie mentali (DSM): elimina la diagnosi di “omosessualità egosintonica”, cioè non vissuta come traumatica e accettata dal soggetto. Nel 1987 abolisce anche la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, dove l’orientamento omosessuale è indesiderato e vissuto in modo conflittuale. Viene così riconosciuto il legame tra la non accettazione del proprio orientamento sessuale e l’interiorizzazione dell’ostilità sociale. L’eliminazione dell’omosessualità dalla lista dei disturbi mentali, insieme con una crescente accettazione da parte della comunità, ha gradualmente portato, almeno nel mondo occidentale, ad un atteggiamento più illuminato nei confronti delle questioni riguardanti la sessualità e l’orientamento sessuale.

Attualmente, un’ampia serie di stili di vita alternativi e di sfumature dell’espressione sessuale è in molti paesi considerata condivisibile. In parallelo con il progressivo abbandono da parte del Manuale Diagnostico Statunitense di un modello prevalentemente biologico-organicistico in favore dell’adozione di un modello “bio-psico-sociale” integrato, l’omosessualità ha finito per non essere più considerata una caratteristica psicologica connotata da un intrinseco significato patologico. Dal 1973, tuttavia, sono dovuti trascorrere quasi venti anni prima che la decisione dell’APA venisse ufficialmente condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), adeguatasi solo nel 1990. Più recentemente, sono stati mossi i passi nella direzione di un approccio fenomenologico e sociologico all’omosessualità. Per esempio, il filone degli studi “sex & gender” radica il nuovo paradigma interpretativo dell’omosessualità nell’ambito della riflessione sul concetto di genere non più riferito alla biologia, quanto piuttosto concepito come costruzione sociale che si origina nell’evoluzione della cultura umana (Lorber, 1994). La circolazione di tali ricerche, in Italia, appare ancora limitata e ancora più circoscritto è il dibattito che hanno stimolato. Sebbene il tema dell’omosessualità resti ancora largamente ignorato all’interno del mondo accademico, in ambito clinico sono sempre di più gli psicologi e gli psicoterapeuti alle prese con persone gay e lesbiche in cerca di un sostegno psicologico. Di conseguenza, in modo sostanzialmente autonomo rispetto a questa vera e propria “rivoluzione culturale” compiutasi negli ultimi trent’anni, gli operatori della salute mentale hanno iniziato a interrogarsi, in ambito internazionale, sugli aspetti fondamentali e maggiormente condivisi della propria etica professionale e sulle conseguenti normative deontologiche.

Sensibilizzare gli psicologi sulle tematiche inerenti il “mondo omosessuale” significa contrastare i processi di pensiero stereotipati nonché prevenire le pratiche discriminatorie. Lo psicologo non può considerare l'omosessualità come una patologia ma deve necessariamente concepirla come una varietà naturale dell'espressione erotica ed affettiva, onde evitare di esporre persone che abbiano un orientamento omosessuale ad un eventuale aumento del disagio emotivo.

A tale scopo, il Gruppo di Lavoro “Identità di Genere: sviluppo e psicopatologia” - promosso dall’Ordine degli Psicologi della Campania – ha pensato di poter offrire un contributo utile a tutti coloro che operano in ambito psicologico e che entrano in contatto con persone omosessuali, provvedendo all’elaborazione di “Linee Guida” che intendono informare e facilitare un continuo e sistematico sviluppo della professione.

Le informazioni in esse contenute potranno altresì essere utilizzate da quanti volessero chiarire dubbi o incertezze che inerenti loro stessi o i loro familiari. Il lavoro qui esposto prende spunto da un precedente progetto portato avanti dall’Australian Psychological Society (APS) che, nel 2001, ha pubblicato sulla rivista “INPSYCH” le “Guidelines for Psychological practice with lesbian, gay and bisexual clients” ( recentemente rivisitate dall’APS nell’aprile 20093). Nelle Linee Guida pubblicate dall’APS, da sempre in linea con le posizioni dell’APA, si sottolineava come, sebbene non si dovesse considerare l’omosessualità un disturbo mentale, tuttavia, fosse necessario riconoscerne le delicate e molteplici peculiarità e come, di conseguenza, nascesse l’esigenza di un’adeguata formazione per gli psicologi, sempre più spesso coinvolti in questa realtà. Le Linee Guida attualmente proposte dal Gruppo di Lavoro “Identità di Genere: sviluppo e psicopatologia”, ispirandosi a questa interessante pubblicazione, intendono offrire ai colleghi italiani un valido strumento di confronto con le complesse tematiche inerenti l’orientamento sessuale. Diversamente dai colleghi australiani, tuttavia, si è preferito non includere la “categoria” delle persone bisessuali. Si ritiene, infatti, che la bisessualità necessiterebbe di una trattazione a sé dal momento che non presenta le stesse peculiarità riguardanti le persone gay e quelle lesbiche. Si è del parere, inoltre, che in un percorso di formazione/informazione possa essere più utile mettere in risalto le possibili differenze esistenti tra le persone, piuttosto che tendere ad una generalizzazione che necessariamente finisce con l’ignorare delicate sfumature che possono celare significati rilevanti. Le Linee Guida per il lavoro psicologico con persone omosessuali sono state organizzate in 4 sezioni:

  1. Lo psicologo ed i clienti omosessuali.
  2. Le relazioni familiari e sociali.
  3. Aspetti etici e deontologici.

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